Questa è una storia di Marketing, o forse no, ma ha lasciato il segno.

scacco mattoSabato è stata una giornata di fuoco, a partire dal risveglio.

Ma prima di arrivare a ciò che è successo al bar, mentre bevevo il mio americano, devo doverosamente fare questo appunto.

Questa sera c’è stato il primo webinar dell’Academy di Marketing Cagliari. Vedere lo Stefano Cruccu all’opera è sempre davvero uno spasso.

Sei forte Stè !!

Dicevo che ero seduto al tavolo esterno e aspettavo sempre il sovracitato Stefano perché avevo lezione di recupero con alcuni imprenditori che non erano potuti venire alla prima puntata della marketing academy advanced.

Son li che scrivo al cell, bevo il caffè e mi si para davanti una micacciosissima signora sulla settantina. Un mastodonte di un metro e cinquantacinque che mi osserva e mi chiede da accendere.

Da quando non ho più i capelli lunghi mi capita molto meno, prima era matematico, sarà stato l’effetto “cuore selvaggio”,ma io non fumo, mi dispiace.

Insomma me ne libero, no, affatto. Attacca bottone, non prima di aver scroccato l’accendino ai vicini di seduta.

Un accento decisamente americano, la erre non lascia dubbi. Pittsburgh, Pensilvanya, USA, ma residente a Cagliari da mezza vita.

Visto che il Cruccu non arrivava ci facciamo due chiacchere sulla vita e sul lavoro e ad un certo punto mi fa una domanda che mi spiazza.

Le dico che mi occupo di marketing e lei mi fa uno sgambetto mentale che non mi aspettavo, diciamo che nella mia testa quella parola ha un unico significato e non mi sono mai posto il dubbio sulla natura delle diverse sfumature concettuali che la compongono.

“Di che tipo?” mi chiede.
E io rimango frizzato, di ghiaccio.

Rilancio con un “in che senso, di che tipo?”.

“in che settore opera?”
Dentro di me penso che non è la stessa domanda, ma che forse stia cercando di aiutarmi ad uscire dal pantano.

“non ho un settore specifico, per adesso lavoro con chi mi piace”.
Lei incalza con un “allora lavora con tutti i settori?”
E io sento Al Ries che si gira nel letto per un crampo di mal di stomaco.

Mentre ho l’immagine del caro Al che si rimescola fra le coperte penso anche che per me il marketing è uno solo, cioè sono tutti quegli strumenti sensati e coordinati, coerenti con lo spirito aziendale, utili a fare fatturato con ottimi margini.

Detta in modo spicciolo non vedo confini di settore, e nemmeno penso che ci siano degli scompartimenti con il marketing A, marketing B, e così via.

Nella mia testa il settore è stato sempre solo 1, e spesso non si limita al mondo del lavoro, spesso il marketing è parte della vita personale.

In fin dei conti convincere tuo fratello a vedere IT piuttosto che Anche gli angeli mangiano fagioli, è pur sempre vendergli un’idea.

Lo vedo come un grande settore trasversale.
Il marketing è un non luogo.

Ovunque ci sia necessità di “vendere” qualcosa, proponendo questo servizio/prodotto nel modo migliore possibile.

Io lavoro con le PMI e i professionisti, non con le multinazionali.

Il loro obiettivo è crescere e aumentare gli utili, non certo dedicarsi a masturbazioni mentali astratte utili soltanto ad incasellare concetti astrusi degni di MBA universitari [e qui mi viene in mente il mio mentore Frank (che non taggo altrimenti mi mena)].

Il marketing del pane al pane, vino al vino.
Dici che l’ho banalizzata ?

Non saprei, sono molto ruvido.

Ma forse avrei voluto dire questo alla cara signora americana.
Poi invece è arrivato Stefano e siamo saliti a preparare l’aula.

Sicuramente la mia visione è molto grezza, me ne rendo conto, ma resto dell’idea che l’unico vero marketing è quello utile a veicolare il tuo prodotto.

Sia esso un servizio, un oggetto, un’idea.
Dirlo nel miglior modo possibile e renderlo desiderabile e vendibile come mai prima.

Hai capito queste tabagiste americane cosa mi donano?
Domande esistenziali davvero potenti.

Grazie 😍

(torno a lavorare)