In questo articolo ti parlo di un sistema di organizzazione della vita/lavoro che vanta la fama di essere unico ed innovativo, il metodo bullet journal.

Mi ci sono avvicinato perché voglio sempre alzare l’asticella e sono sempre affascinato dai sistemi per migliorare le mie performance, e inoltre mi è sembrato molto mindfulness oriented.

Così mi sono comprato il cofanetto edizione limitata in inglese (non esisteva ancora la versione italiana).

Sono alla costante ricerca di un metodo per ottimizzare il mio lavoro e migliorare le mie performance, e questo sembrava inedito.

Sin da quando ho studiato psicologia delle organizzazioni mi sono innamorato di innumerevoli tecniche e procedure da poter applicare per aumentare la produttività.

Ma andiamo avanti a vedere cosa ho trovato dentro alle prime pagine ?

Ma non è tutto oro ciò che luccica.

Quello che purtroppo oggi vedo, provandolo sulla mia pelle, è che non tutte le strategie sono in linea con il mio sentire, e immagino nemmeno col tuo.

Mi trovo di fronte a degli scogli di tipo personale, diciamo caratteriale.

Mi spiego meglio.

Intendo dire che la tecnica del pomodoro, per esempio, è una tecnica fantastica, va bene per molte persone, ma magari per me non funziona al 100%.

Ho studiato i ritmi ultradiani e ho visto che per me funzionano meglio, anche se implicano un cambio di stile di vita.

Ho studiato Stephen R. Covey e le sue strategie sono geniali, estremamente potenti, ma mi accorgo che alle volte fatico ad applicarle e a farle digerire ai miei amici e clienti.

Quindi nelle mie esplorazioni di Amazon una sera mi imbatto in questo libro: Bullet Journal Method e rimango piacevolmente affascinato.

In copertina scrive:

Traccia il tuo passato, ordina il tuo presente, pianifica il tuo futuro.

Diciamo che come payoff è estremamente potente e mi dice già che cosa incontrerò nel libro, ma il mio primo pensiero è stato: non vorrei dover comprare il clone di un clone di un clone già letto.

Cerco quindi informazioni su internet e trovo delle fonti autorevoli che mi citano l’autore è una parte del primo capitolo.

Mi sembra qualcosa di nuovo. Lo compro.

Decido quindi di affrontare la spesa e mi faccio un regalo. Mi compro il cofanetto inglese che comprende sia il libro scritto dall’autore, dove spiega da cosa parte, com’è nato il metodo, perché, qual è la filosofia, qual è il processo da seguire, ma anche il quaderno ufficiale.

Infatti è proprio il libro degli appunti che dà il nome al metodo poiché non ci sono quadretti, non ci sono pagine bianche e non ci sono nemmeno linee.

Il Notebook degli appunti è fatto a puntini.

In questo primo articolo sul libro di Ryder Carroll incontrerai quindi la primissima parte del libro ossia l’introduzione al libro.

Ti faccio una rapida carrellata il libro.

Si divide in cinque parti. Ciascuna di queste parti è suddivisa in capitoli e la prima parte è la preparazione.

La seconda parte parla del sistema, la terza parte parla della pratica.

Nella quarta si parla di arte e nella quinta c’è una sorta di ricapitolazione finale, la fine.

Nell’articolo di oggi voglio soltanto parlare dell’introduzione, in modo tale che potrai capire perché è nato questo sistema è perché ha avuto così tanto successo negli Stati Uniti e in tutti i paesi anglosassoni.

Visto l’eco mediatico che ha creato è disponibile la versione italiana dal 13 Novembre 2018. Ecco il link.

Lo scopo di questo articolo è di tutti gli articoli successivi è quello di darti una nuova alternativa, forse più funzionale, forse più efficiente rispetto a tutte le strategie che hai incontrato è conosciuto fino ad oggi.

Quindi iniziamo immediatamente con il mio commento sul Bullet Journal Method (BuJo).

La preparazione, parte 1.1

In questa prima parte introduttiva l’autore parla della sua vita e di come fosse un bambino molto curioso e iperattivo.

I suoi problemi in classe iniziarono subito già dalle elementari, poiché tendeva a distrarsi e spesso la sua attenzione non riusciva a rimanere focalizzata su uno stesso concetto per più di qualche minuto.

Gli venne diagnosticata una patologia conosciuta come Disturbo da Deficit di Attenzione/Iperattività, o ADHD (ADD), ossia difficoltà di attenzione e concentrazione, di controllo degli impulsi e del livello di attività nel trascorrere del tempo.

Per dirla facile è un bambino che non riesce a concentrarsi e non stà mai fermo, ma è detta in modo molto banale.

Negli anni l’autore desiderava essere come gli altri e vedeva la capacità di organizzarsi, essere disciplinato, come qualcosa di fantastico e impossibile da raggiungere.

Per cercare di supplire questa sua mancanza inizio a testare tutti i metodi, le strategie, i trucchi per cercare di controllare la sua mente imbizzarrita.

Piano piano, testando mille tecniche diverse, lentamente iniziò ad essere meno distratto e meno sovraccarico.

In età adulta involontariamente creò questo metodo chiamato appunto The Bullet Journal Method quasi per caso.

Lo insegnò ad una sua collega di lavoro visto che si trovava in una situazione di alto stress e disorganizzazione.

La prima volta che lo fece, scrive nel libro, si sentì estremamente vulnerabile ed esposto. Spiegare come questo sistema funzionava era un po’ come mettersi a nudo ammettendo tutti i propri limiti e le proprie difficoltà.

La cosa bella che scoprì, spiegando poi ha un secondo, terzo, quarto amico la logica di funzionamento del metodo, fu realizzare che si poteva adattare a la più svariata necessità.

Si rese conto quindi che nulla di simile era mai stato inventato, era un po’ come un nuovo linguaggio che possedeva un suo proprio vocabolario.

Per cercare di raccontare e spiegare cosa aveva realizzato lanciò un blog che rimase più o meno sconosciuto per lungo tempo.

Ad un certo punto il Bullet Journal venne citato da Lifehack.org e da quel momento iniziò un Tam Tam mediatico incredibile.

Parlano di lui in lifehacker.com e in Fastcompany, e da quel momento diventò virale e conosciuto in tutto il mondo.

Da 100 visite a 100.000 visite

Il sito passò dalle 100 visite giornaliere dei suoi affezionatissimi seguaci a 100.000 visite uniche per giorno, un esplosione.

Fu incredibile lo sviluppo della community e scoprire che il metodo poteva essere declinato è trasformato per cercare di risolvere qualsiasi tipo di difficoltà che le persone affrontavano. Anche cose pesanti come il disturbo post traumatica da stress.

Lo scrivere a mano su carta è uno dei punti di forza di questo sistema perché permette di ritagliarsi un momento analogico, non più digitale e quindi facilmente distraente, in cui l’unico focus è su di sè.

Fondamentalmente questo sistema va a superare tutti i limiti delle lunghissime to-do list che puoi creare e va a colmare i gap dando una visione d’insieme sia a lungo termine sia a medio termine che a breve.

Andare a ritagliare una nicchia di 15 minuti, la prima cosa da fare ogni giorno, sembra creare una vera espansione temporale.

Si ha l’impressione di avere più controllo sul proprio tempo e avere più tempo a disposizione.

Il Bullet Journal non aiuta soltanto a pianificare e a tracciare o tenere in memoria delle cose, è diverso, è creativo e curativo.

Il sistema riesce a dare maggiore chiarezza, maggiore direzione e focus per ogni giornata lavorare in maniera molto più profonda e intima.

Aumenta la produttività

Il vero potere di questo sistema è andare a colmare quel grandissimo vuoto che si è creato con l’era digitale, cioè la mancanza di consapevolezza personale in un periodo storico in cui siamo connessi con tutto, ma stiamo incredibilmente e velocemente perdendo la connessione con noi stessi.

Il sistema consiste in due parti:

  • la metodologia
  • l’operatività

Prima dobbiamo imparare come si fanno le cose e quindi nei prossimi articoli ti parlerò di come l’autore spiega il sistema.

Successivamente ci sarà tutta la parte pratica.

Quindi come ha scritto lo stesso Ryder Carroll “il Bullet Journal Method è un sistema che traccia il tuo passato, che riordina il presente e pianifica il tuo futuro“.

L’avevo pensato originariamente per colmare le mie mancanze, visto che ero affetto da ADHD, e per riuscire ad organizzare meglio le mie sfide personali, ma poi mi sono accorto che era diventato qualcosa di molto molto più grande.

Qui termina la prima parte del primo capitolo.

Questo è tutto

Ci vediamo alla seconda parte del primo capitolo.

Never give up

Mattia Pastrello