Sergio Porta: Berlusconi, l’origine del consenso.
L’Irish Independent scrive nel numero di Giovedì 2 Luglio che “il fenomeno Berlusconi nel suo complesso è una confutazione permanente del ruolo della ragione negli affari umani” ( citato da “Internazionale“).
E’ solo l’ultima di una serie di prese di posizione caratterizzate da un pieno senso di fatalismo, secondo le quali il consenso politico a Berlusconi sarebbe un fenomeno inspiegabile e misterioso, che sfida le leggi conosciute della natura, e pertanto inargomentabile dal linguaggio e infine imbattibile.
Non sono d’accordo. Primo perchè il successo elettorale di Berlusconi è dovuto in gran parte all’insipienza dei suoi competitori, come dimostra il fatto che ogniqualvolta il centrosinistra si presenta ragionevolmente coeso e convinto vince, per esempio nei recenti casi di Udine e Parma: vincere contro Berlusconi non è difficile per una leadership politica normalmente attrezzata e volenterosa, anche se è impossibile per questa leadership politica.
Ma non sono d’accordo anche per un altro motivo, più importante: il consenso di Berlusconi è infatti facilmente spiegabile e non dipende da chissà quale specificità culturale del nostro Paese (“ah, questi italiani, così simpatici e diversi”); esso dipende da due fattori molto precisi che furono il tema di un capolavoro letterario scritto già sessanta anni fa da George Orwell, il ben noto “1984″, e cioè:
1. Il controllo dei mezzi di informazione di massa; e
2. Il Bipensiero
Il primo di questi due fattori è molto discusso e piuttosto chiaro nella sua costituzione: Berlusconi influenza direttamente o indirettamente una quota preponderante dell’informazione nel nostro Paese, in particolare quella televisiva che risulta essere la fonte esclusiva della percezione del politico per circa il 70% della popolazione italiana. Sappiamo tutti quanto ciò sia importante, ed è bene tenere sempre presente che se così non fosse Berlusconi sarebbe da tempo uno dei tanti sfortunati avventurieri falliti e dimenticati, oltre che completamente sconosciuti alla politica, che periodicamente e per pochi istanti emergono alle cronache. Altro che pittoresca specificità culturale degli italiani.
Ma per quanto importante, il controllo dei mezzi d’informazione è soltanto una delle due facce della medaglia, e non quella più interessante. Limitarsi a questo aspetto riduce il problema e non permette di affrontarlo compiutamente. Per esempio, occorre essere consapevoli che nessun altro personaggio avrebbe potuto utilizzare questo dominio con uguale efficacia, e nessun altro probabilmente lo farà dopo di lui, perchè – questo è il punto – solo Berlusconi ha il dono del Bipensiero. Se non si capisce con chiarezza la potenza di questo secondo fattore, cioè del Bipensiero, e la sua importanza nella gestione del dominio informativo, non si possono trovare le vie per contrastarlo e infine per vincerlo. Questo, il Bipensiero, è il talento personale di Berlusconi.
Cos’è quindi il Bipensiero? Scrive Orwell:
“Il Bipensiero indica la capacità di accogliere simultaneamente nella propria mente due opinioni tra loro contrastanti, accettandole entrambe. L’intellettuale di Partito [nella nostra attualizzazione, il Berlusconiano Ortodosso, ndr] sa in che modo vanno trattati i suoi ricordi. Sa quindi di essere impegnato in una manipolazione della realtà, e tuttavia la pratica del Bipensiero fa sì che egli creda che la realtà non venga violata. Un simile procedimento deve essere conscio, altrimenti non potrebbe essere applicato con sufficiente precisione, ma al tempo stesso ha da essere inconscio, altrimenti produrrebbe una sensazione di falso e quindi un senso di colpa. Il Bipenisero è l’anima del Socing [il pensiero politico ortodosso favorevole al Grande Fratello; nella nostra attualizzazione: il Berlusconismo, ndr] perché l’azione fondamentale del Partito consiste nel fare uso di una forma consapevole di inganno, conservando al tempo stesso quella fermezza di intenti che si accompagna alla più totale sincerità. Raccontare deliberatamente menzogne e nello stesso tempo crederci davvero, dimenticare ogni atto che nel frattempo sia divenuto sconveniente e poi, una volta che ciò si renda di nuovo necessario, richiamarlo in vita dall’oblìo per tutto il tempo che serva, negare l’esistenza di una realtà oggettiva e al tempo stesso prendere atto di quella stessa realtà che si nega, tutto ciò è assolutamente indispensabile. Perfino quando si usa la parola ‘Bipensiero’ è necessario ricorrere al Bipensiero. Nel farne uso, infatti, si ammette di manipolare la realtà, ma con un novello colpo di Bipensiero si cancella questa consapevolezza, e così via, all’infinito, con la menzogna in costante posizione di vantaggio rispetto alla verità”.
Quando Berlusconi giura sui figli palesi menzogne, lo fa con le lacrime agli occhi e il volto alterato dall’emozione. Lo fa credendoci, per questo risulta credibile. Quando smentisce il giorno dopo ciò che ha affermato con uguale fermezza il giorno prima, lo fa con autentica indignazione, per questo riesce a provocare uguale indignazione in chi lo ascolta. Ma, al tempo stesso, egli è in grado di controllare la negazione della realtà e adoperarla quando più conviene in modo da averne il maggior vantaggio. Egli quindi sa cosa la realtà è e si dispone a negarla ”autenticamente” attraverso uno sforzo cosciente, il quale però, per raggiungere profondità, viene rimosso esso stesso insieme alla realtà su cui si esercita. Ma anche qui, la rimozione è solo temporanea, e viene mantenuta solo finché serve; la percezione di realtà viene gestita da una sorta di coscienza parallela che agisce in una regione laterale del pensiero, in un “retro-pensiero”.
Ho visto Berlusconi negare di avere mai detto che bisogna chiudere la bocca alla stampa disfattista, e pochi minuti dopo ho visto la registrazione video del giorno prima nella quale lui diceva che “bisogna chiudere la bocca alla stampa disfattista”. Ma la smentita di Berlusconi era assolutamente attendibile; risulta estremamente difficile credere che uno possa mentire se lo fa in quel modo, se riesce cioè a mentire credendo totalmente e profondamente e lucidamente a ciò che dice. Tecnicamente, non si può parlare nemmeno di menzogna, ma piuttosto di errore: se si afferma il falso credendoci autenticamente, allora non si mente, al limite si sbaglia.
Questo è il Bipensiero. Esso è profondamente diverso dalla alterazione del senso di realtà tipico delle patologie mentali. Ciò che lo distingue è proprio la doppiezza dovuta al permanere del senso di realtà in una regione che può essere attivata e disattivata secondo convenienza, seguendo processi esatti e lucidi. Colui che accede al Bipensiero è padrone della situazione, non ne è schiavo; dirige il corso delle azioni, non ne è travolto. Per questo il Bipensiero non è una malattia, ma è piuttosto una facoltà.
Come si distingue il Bipensiero in Berlusconi? Per esempio, la semplice tecnica oratoria che Berlusconi applica alla polemica politica e che lo porta costantemente al successo da anni – accusare l’antagonista del suo stesso peccato e possibilmente farlo per primo – non potrebbe esistere se Berlusconi non avesse acquisito la facoltà del Bipensiero. Senza il Bipensiero non sarebbe credibile, mentre in forza del Bipensiero questa tecnica non conosce limite alcuno, tantomeno nella realtà delle cose, per quanto ovvia. Quando Berlusconi, e lo fa quasi ogni giorno, accusa genericamente “la stampa” o “le televisioni” o “i giornalisti” di scagliarsi contro di lui per motivi politici e di essere strumenti della sinistra, lo fa sconvolto dalla ignominia del fatto in sé, con un sentimento autentico di tradimento e con completa indignazione, anche se si tratta di una menzogna ridicola a ognuno oltre ogni dubbio, anche se è vero, appunto, l’opposto. Bipensiero purissimo. Il Bipensiero nasce nel procedimento mentale di gestione del senso di realtà, ma si traduce poi in fatti: che Berlusconi possa fare entrare nella squadra di governo una persona, il ministro Carfagna, solo perché è giovane, bella e disposta alla fellatio, non è ancora Bipensiero. Ma che a questa persona venga conferito il ministero delle Pari Opportunità – la missione del quale ha a che fare con la dignità e l’originalità del femminile nella politica e nel sociale, proprio come resistenza alla stereotipizzazione del ruolo da parte maschile – è ancora una volta Bipensiero purissimo e applicato. E chi ha visto Berlusconi reagire indignato alle critiche accusando i suoi interlocutori di essere “maschilisti” non può aver dubitato anche solo per un momento che ciò fosse vero: Bipensiero cristallino, qui nella forma retorica che ho richiamato sopra (accusare l’avversario del tuo peccato).
Si può imparare il Bipensiero? Nel romanzo di Orwell il protagonista Winston Smith viene arrestato a causa della sua eterodossia, e viene sottoposto a torture indicibili volte alla sua “rieducazione”. Il passaggio fondamentale, che poi alla fine sarà compiuto da Winston Smith con successo, sarà l’apprendimento del Bipensiero. Attraverso procedimenti di educazione dei propri processi mentali, il protagonista imparerà la facoltà del Bipensiero e potrà quindi essere fisicamente soppresso e porre fine al suo tormento. Curiosamente, e significativamente, il meccanismo chiave nell’apprendimento del Bipensiero ha a che fare con un approccio “debole” alla realtà che richiama da vicino le posizioni più radicali del nostro pensiero post-strutturalista (prodigioso, se pensiamo che il romanzo fu scritto nel 1948). Questo meccanismo ha un nome nella lingua del regime (o “neolingua”): “stopreato”. Scrive Orwell: “[Winston, ndr] accettava tutto. Il passato era alterabile, il passato non era mai stato alterato. L’Oceania era in guerra con L’Estasia [si tratta dei “superstati” che Orwell immagina comporre la geografia politica del mondo futuro, ndr]. Jones, Aaronson e Rutheford erano colpevoli dei crimini di cui erano accusati. Non aveva mai visto la fotografia che li scagionava, non era mai esistita, se l’era inventata lui. Ricordava di ricordare cose contrarie, ma si trattava di false memorie, frutto di autoinganno. Com’era facile! Bastava arrendersi, e tutto veniva da sé. Era come nuotare contro una corrente che vi spingeva all’indietro a dispetto degli sforzi più disperati, dopodiché decidevate all’improvviso di girarvi e, invece di opporre resistenza, di abbandonarvi ad essa. […]. Poteva essere tutto vero. Le cosiddette leggi naturali erano un mucchio di sciocchezze. Lo stesso per quel che riguardava la legge di gravità. ‘Se volessi – aveva detto O’Brien – potrei sollevarmi da questo pavimento come una bolla di sapone’. Winston sviluppò e risolse il senso di questa affermazione: ‘se lui pensa di potersi sollevare in volo e contemporaneamente io penso di vederglielo fare, allora questa cosa accade’. D’un tratto, come un rottame sommerso che emerge dall’acqua, gli affiorò alla mente questo pensiero: ‘Ma non accade veramente, siamo noi che l’immaginiamo. È un’allucinazione’. Subito risospinse giù questa affermazione. L’errore era palese. La sua riflessione muoveva dal presupposto che da qualche parte, al di fuori di noi, esistesse un mondo reale, nel quale si verificavano eventi reali. Ma come poteva esistere un simile mondo? Come facciamo ad avere coscienza di qualcosa, se non attraverso la nostra mente? Tutte le cose che accadono sono contenute nella mente e accade veramente solo ciò che è nella mente di tutti’. Non fece fatica a liberarsi del suo errore, non correva il rischio di cedervi. Si rendeva conto, tuttavia, che non gli sarebbe mai dovuto venire in mente. La mente dovrebbe produrre un buco nero ogniqualvolta vi si affacci un pensiero pericoloso. Un simile processo dovrebbe essere automatico, istintivo. In neolingua lo chiamavano ‘stopreato’. Cominciò a fare esercitazioni di stopreato. Si figurava proposizioni del tipo: ‘Il Partito dice che al Terra è piatta’, ‘Il Partito dice che il ghiaccio pesa più dell’acqua’, poi si allenava a non vedere o a non capire gli argomenti che contraddicevano simili asserzioni. Non era un esercizio facile, richiedeva grandi doti di ragionamento e di improvvisazione. I problemi matematici sollevati da una affermazione come ‘due più due fa cinque’ erano, per esempio, al di là delle sue capacità intellettuali. L’addestramento implicava anche una sorta di ginnastica mentale, vale a dire l’abilità nel fare in un dato momento un uso raffinatissimo della logica, per poi passare un attimo dopo alla cecità di fronte agli errori logici più marchiani. La stupidità era indispensabile quanto l’intelligenza, ed era altrettanto difficile da acquisirsi”.
Di fronte alla prova materiale della menzogna, l’unico rifugio possibile per evitare di dover ammettere l’evidenza, ed evitare così il bivio – in ogni caso inaccettabile per chi voglia conservare il pensiero ortodosso – tra senso di colpa e ammissione della realtà, è comprendere la contraddizione, comporre gli opposti. In questa composizione il senso di realtà scompare in una percezione superiore e pacificatrice, nella quale il riscontro dei fatti non viene negato, ma smontato e ricomposto attraverso un procedimento razionale, lucido e cosciente. La neolingua ci soccorre ancora: questa composizione superiore si chiama così “nerobianco”. ”L’Oceania si basa in fin dei conti sulla convinzione che il Grande Fratello sia onnipotente e che il Partito sia infallibile. Tuttavia, poiché il Grande Fratello non è onnipotente e il Partito non è infallibile, c’è bisogno di un flessibilità, instancabile e sempre pronta a entrare in azione, nel modo di trattare i fatti. Qui la parola chiave è ‘nerobianco’. Come tante altre parole in neolingua, questa parola abbraccia due significati che si negano a vicenda. Applicata a un qualsiasi termine di confronto, sottolinea l’abitudine di affermare, con la massima impudenza e a dispetto dell’evidenza, che il nero è bianco. Applicata a un membro del Partito, indica la sincera volontà di affermare che il nero è bianco quando a richiederlo sia la disciplina del Partito. Indica però anche la capacità di credere veramente che il nero sia bianco e, più ancora, di sapere che i nero è bianco, dimenticando di avere mai pensato il contrario”.
Questo è tutto, e non è poco. Si noti l’ironia della storia in questa straordinaria visione di Orwell. Qui, nel 1948, l’autore, un militante socialista che partecipò alla guerra civile spagnola, terrorizzato dall’emergere dei totalitarismi nelle loro forme più crudeli, si riferisce al regime comunista (il “Partito”) e alle sue terrificanti dinamiche di oppressione di massa che si sarebbero rese evidenti da lì a qualche decennio prima di tutto all’interno della cortina di ferro. Orwell però comprende che i totalitarismi del Novecento sarebbero presto evoluti in qualcosa di nuovo, in una pratica di dominio uguale negli esiti, ma diversa nei metodi, nella quale non ci si sarebbe accontentati di dominare la sfera delle azioni (dei fatti) ma si sarebbe preteso di dominare la sfera dei desideri di milioni di individui umani. Dice O’Brien, il torturatore, a Winston, l’eretico da rieducare: “Tu sei un’imperfezione nel sistema, Winston, sei una macchia che va cancellata. Non ho appena finito di dire che noi siamo diversi dai persecutori del passato? Non ci accontentiamo dell’obbedienza negativa, e meno che mai di una sottomissione avvilente. Quando infine ti arrenderai a noi, ciò dovrà avvenire di tua spontanea volontà. Noi non distruggiamo l’eretico per il fatto che ci resiste. Anzi, finché ci resiste, non lo distruggiamo. Noi lo convertiamo, penetriamo nei suoi recessi mentali più nascosti, lo modelliamo da cima a fondo. Estinguiamo in lui tutto il male e tutte le illusioni, lo portiamo dalla nostra parte anima e corpo, in conseguenza di una scelta sincera, non di mera apparenza. Prima di ucciderlo, ne facciamo uno di noi. Non possiamo tollerare che un pensiero sbagliato esista in una parte qualsiasi del mondo, per quanto innocuo e recondito possa essere. Non possiamo permettere alcuna deviazione, nemmeno in punto di morte. In passato l’eretico si avviava con gioia al rogo, conservando tutta la sua eresia, anzi, proclamandola. Perfino la vittima delle purghe sovietiche poteva tenere ben serrata nel cranio la sua ribellione mentre percorreva il corridoio diretto al luogo dove un proiettile gli avrebbe dato il colpo di grazia. Noi invece prima di farlo saltare rendiamo questo cervello perfetto. Il comandamento dei dispotismi di una volta era: ‘Tu non devi!’. Il comandamento dei totalitari era: ‘Tu devi!’. Il nostro è: ‘Tu sei!’”.
Ed ecco affacciarsi l’ironia della storia: palesemente, Berlusconi è questo nuovo modello di totalitarismo orientato alla convinzione profonda. Ciò che lo rende nuovo non è il primo fattore, il dominio dei mezzi di informazione, che già caratterizzò i totalitarismi nazista e comunista, ma il secondo, il suo talento personale, l’acquisizione del Bipensiero. Nessuno come Berlusconi ne è interprete più efficace.
Nessuno è più comunista di Berlusconi.
Sergio Porta




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