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Dietrologie complottistiche in salsa Crucianesca !

Quando penso a Giuseppe Cruciani soffro di disturbo bipolare. Alle volte lo riesco ad apprezzare genuinamente, altre lo detesto pesantemente per le sue prese di posizione sospette o per i suoi modi arroganti e sbrigativi.
In quest’articolo viene sottolineata la “contraddizione che divide la sua anima giornalistica”.

Giuseppe Cruciani è un intraprendente giornalista radiofonico, ascoltabile ogni sera sulle frequenze di Radio 24, molto abile nell’eccitare come nel reprimere gli ascoltatori in uno di quegli spazi quotidiani che diventano fatalmente autobiografici (chi crede che in radio ci sia meno narcisismo che in televisione, non ascolta abbastanza la radio). Quando gli ascoltatori lo sfruculiano sul caso di corruzione o di malaffare del momento, si tratti di Denis Verdini o di Claudio Scajola, di Totò Cuffaro o del generale Ganzer – tutto si potrà dire di questo paese, ma non che manchi la scelta –, il cavallo di battaglia del Cruciani radiofonico è sempre lo stesso. Lui non crede alle dietrologie, anzi, si dichiara fieramente allergico a questa piaga nazionale: “Lei crede a tutte queste macchinazioni? Ma no, ma no, ma no…”. Alla luce di questo garantismo iperuranico, nello scoprire che sempre Giuseppe Cruciani ha ideato e conduce su La7 un programma intitolato “Complotti”, a tutta prima si resta basiti. Strano, pensa il telespettatore; deve trattarsi di un caso di omonimia. Invece no. Non solo è sempre lo stesso Cruciani, ma “Complotti” viene definito dal conduttore “un programma contro le dietrologie”. E come si demolisce la dietrologia? Elementare: partendo dal presupposto che le dietrologie sono come le ciliegie: una tira l’altra. Che ogni dietrologia ne ha alle spalle un’altra. Un complotto, appunto. Cruciani dubita che ci sia qualcosa sotto perché sospetta che ci sia qualcosa sotto quello che c’è sotto. Un’idea non nuovissima, utilizzata di continuo anche dal nostro presidente del Consiglio, ma a suo modo impeccabile. La trivella di Cruciani è meglio dell’uovo di Colombo. Martedì scorso “Complotti” ha preso in esame il caso di Luciano Moggi, ancora oggi sotto processo in quanto anima nera di Calciopoli, sospetto burattinaio di un sistema di corruzioni e clientele che per anni fruttò alla sua Juventus una serie di successi costanti. Questo, almeno, è quello che pensano quei dietrologi degli inquirenti. La vicenda è stata ricostruita con immagini di repertorio alternate a contribuiti di diversi opinionisti, fortunatamente non condotti in studio. Ma quello che conta è la tesi: all’inizio strisciante, poi sempre più esplicita. Moggi non sarà stato questo stinco di santo; ma chi non lo è, oggi, in Italia? Forse però non è nemmeno questo uomo nero, questo satanasso con il riporto e l’accento di Monticiano. Forse l’ingenuo ha pagato anche per colpe non sue. Forse la vera vittima di Calciopoli, il capro espiatorio di un sistema marcio alla radice è proprio lui, colpevole di avere pestato i pestato i piedi “ai poteri forti”. E noi, ingenui, che credevamo fosse forte lui. Tutto questo raccontato nel giro di un’oretta, con taglio semplice e sobrio. Dal punto di vista espressivo, il Cruciani televisivo complotta contro quello radiofonico; se questo è protagonista ed esuberante, quello si accontenta di una voce fuori campo più qualche solitario siparietto dove si aggira pallido e spettrale, come fosse il fratello figo dell’avvocato Niccolò Ghedini. Un altro che, come lui, non crede nella dietrologia. E, di conseguenza, crede nei complotti.

“Un complotto tira l’altro” di Nanni Delbecchi

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